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Frame Store
Gianluca Capozzi

a cura di Alberto Mugnaini

Frame: fermo immagine, attimo congelato, perdurare di un istante irripetibile, un atomo del dovunque, nel tempo e nello spazio. E ad incarnare, o meglio, disincarnare questo dovunque, niente si presta, oggi, meglio della Rete.
Nelle sue esplorazioni attraverso i meandri di Second Life, Gianluca Capozzi intercetta frammenti di storie e le ricombina in un puzzle di schegge visive: così facendo, egli tritura l’attimo e lo converte in un’immagine che esplode e prolifera dall’interno, svelando inediti orizzonti di senso. Alla monotonia dei pixel si sostituisce l’imprevedibilità di pennellate che dissociano l’ordine del discorso e spiazzano le aspettative di significato.

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Segnalatosi per una estetica della violenza, oltraggiosa e stilizzata allo stesso tempo, Alejandro Vidal ha prodotto in questi anni serie fotografiche e video che ora figurano nelle più importanti rassegne internazionali. Scenari rave e techno, comunità emotive punk-rock, rituali di lotta e di autodifesa, tribù urbane con teste rasate e tatuaggi, costumi black metal e pose ambiguamente sessuali, sono il campionario visivo del suo lavoro. Una collezione di eroi alla deriva che sfidano in un faccia a faccia lo spettatore con bastoni da hockey in mano, guanti di cuoio, pistole in pugno, stiletti tra i denti.   
Ma se uno credesse di cogliere in queste immagini frammenti di vita, realtà e documenti si sbaglierebbe. Ognuno non vi trova altro che segni. Stereotipi in luogo di personaggi concreti. Codici comportamentali piuttosto che azioni sovversive. Set artificiali al posto di inquadrature “vere”. Nient’altro che regole invece che la loro trasgressione. Tutto è attentamente studiato, ogni dettaglio è meticolosamente calcolato: pose, abbigliamento, accessori, ambienti, close-up e fuori-fuoco. Quello di Alejandro Vidal è una sorta di teatro nel teatro. Si manipola solo ciò che è già stato manipolato per svelare l’artificio e ricondurre l’immagine ai suoi limiti. Ma l’oggetto della sua ricerca non è il “simulacro” o, per dirlo con Paul  Virilio, la derealizzazione mediatica dell’esperienza come tale.     
La critica della rappresentazione di Alejandro Vidal non è quella rivolta alla mercificazione dell’informazione, semplicemente. Il fatto nuovo è che negli ultimi anni il terrore è diventato una merce semiotica. La quantità di immagini del terrore e della paura da cui siamo investiti, così come la definizione di una nuova estetica della violenza, a partire dal 9/11, mettono in scena ripetutamente un discorso dominante che è funzionale all’apparato militare-visuale, allo sviluppo cioè di un capitalismo della società della sicurezza – come quello attuale - fondato sull’economia dell’informazione. Lontano da un discorso sulla innocenza o colpevolezza iconografica, il “teatro” di Vidal persegue una progressiva squalificazione dell’immagine come tale.  
Più che in altri suoi lavori, nel progetto presentato da Artra, le opere mettono in scena dei segni che chiaramente rivelano la loro natura astratta e convenzionale. Direttamente connessa alla contemporanea decadenza della democrazia moderna, la mostra Hell is a place where memory is dead si focalizza sul rapporto tra il collasso del sentimento di appartenenza nazionale (così come dei suoi linguaggi) e la rivendicazione del diritto di sovranità dello Stato. Una enorme bandiera italiana che sta stingendo accoglie lo spettatore nella prima sala mentre una serie di immagini fotografiche rimettono in scena un recente rituale di protesta latinoamericano del lavaggio popolare della bandiera. A conclusione la proiezione di un grande spettacolo pirotecnico che si scopre essere un vero e proprio bombardamento.

Frame è, letteralmente, il telaio, entro la cui cornice si imprigiona il respiro dell’attimo nell’immagine bloccata. La pittura, impadronendosene, annette queste immagini in un altro regno, le scongela e deforma, dilata l’attimo.
Frame Store: che altro, più che un deposito di telai, scheletri di un supporto, materialità che sottosta e preesiste al divenire della pittura? Ma non è proprio tramite l’esercizio della pittura che è possibile insinuarsi nella faglia semantica che separa la letteralità del sostantivo frame dal suo significato metaforico? Iterazione di immagine racchiuse entro i confini di un telaio, l’esposizione è al tempo stesso un dispiegamento spazializzato di attimi esplosi. La pittura spezza la cornice dell’attimo.
Second Life: vita fittizia e sovrapposta, ipotesi parallela. Gianluca Capozzi pare voler recepire questa “Seconda Vita” attraverso quella seconda vista che si apre sull’invisibile, la filtra attraverso la sua propria vita, il suo proprio vivere la pittura.
Ecco allora che il perimetro del quadro si fa teatro di un dramma complesso, in cui si scontrano contenuto della rappresentazione e tempo dell’atto pittorico: fermo immagine slittante, cronaca di un procedimento, di una pratica, di una disciplina, di una sfida.
I singoli quadri sono spazializzati per serie, come attuando una moltiplicazione di schermi, ciascuno dei quali aspira ad essere non un segmento di “seconda vita”, ma una vita “alla seconda”, vita, appunto, moltiplicata per se stessa. L’arte, secondo Capozzi,  è proprio questo: “necessità di frantumare, maltrattare il visivo, fino a bruciare e calpestare l'immagine; dipingere una musicalità delle immagini seviziate da un frenetico vortice di colori sparsi. Quel che conta nell’arte per me non è il prodotto artistico ma il prodursi dell’artefice in rapporto al quale l’opera non è che una ricaduta residuale, ciò che si separa e cade dall’organismo vivente, l‘arte è la vita come irripetibilità dell’evento, vivente una volta sola”.   

2 febbraio - 24 marzo 2009

Family, 2009, acrilico su tela 80x100cm
untitled, 2009, acrilico su tela 86x120cm
untitled with table, 2009, acrilico su tela, 45x55cm
untitled, 2009, acrilico su tela, 45x55cm
family, 2009, acrilico su tela, 86x120cm
strange day, 2009, acrilico su tela, 100x100
untitled, 2009, acrilico su tela, 100x150cm
week end, 2009, acrilico su tela, 150x100cm