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Jemima Stehli / John Hilliard


Jemima Stehli / John Hilliard

a cura di Marco Scotini

Dopo la prima personale italiana di tre anni fa, Jemima Stehli ritorna negli spazi della Galleria Artra di Milano e di Genova, in coppia con un protagonista d’eccezione della Brit Wave anni ’60 come John Hilliard.
Vero e proprio gioco di specchi, in senso metaforico e letterale, la mostra non mette in scena una doppia personale ma un sottile e raffinato unico evento. Da sempre soggetto ed oggetto delle proprie opere, l’artista londinese Jemima Stehli (classe 1961) è giunta a notorietà con lavori fotografici come Streptease, in cui eseguiva uno spogliarello di fronte ad uno spettatore (critico, collezionista o curatore), per poi approdare ad ambigui autoritratti in cui il proprio corpo nudo posa di fronte allo specchio: a volte fissato con sguardo da voyeur, altre con lucido distacco, altre ancora ripreso accovacciato, in preda a contrazioni e piegato su se stesso.

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La specularità dell’immagine della Stehli non è però solo legata all’autoscatto o alla copia, ma anche alla citazione, al remake con cui lei stessa si è insinuata nelle opere di Allen Jones, di Francis Bacon o di Helmut Newton. Con guanti e stivali in pelle nera, cinghie e tacchi a spillo da abbigliamento sadomaso, Jemima Stehli ripropone la versione live di “Chair “ e “Table” di Allen Jones del ’69, oppure il calco perfetto - nudo e vestito - della quarta figura a destra di “Sie Kommen” di Helmut Netwon dell’81. In questo archivio di ‘fotografia e sesso’ la Stehli non poteva non incontrare un altro grande della scena britannica come John Hilliard, l’autore della fotografia concettuale e in particolare di Camera Recording Its Own Condition (1971) in cui viene registrato l’atto stesso del fotografare: dunque un vero e proprio referente speculare del lavoro della Stehli.  

Dopo la precedente esposizione italiana di “Mirror 1, 2, 3”, la mostra attuale presso la Galleria Artra presenta foto a quattro mani di John Hilliard e Jemima Stehli a partire da “Triple Exposure” del 2001 fino al 2003, assieme ad opere individuali di ciascuno degli autori che, pur nell’indipendenza, sono tra loro molto vicine fino al punto di diventare antecedenti generali della reciproca collaborazione. In opere recenti come “Self-Portrait” (2002) il gioco di sguardi incrociati e rimandi simbolici che fissa l’autoritratto di entrambi con duplice autoscatto - con polaroid bianco/nero incorniciata da colore - si fa talmente complesso da diventare una vera e propria “macchina della rappresentazione”: il richiamo letterale però non va tanto a Las Meninas di Velazquez quanto alla lettura da trappola percettiva che di quell’immagine-per-eccellenza ha fatto Foucault.  

Controllo, potere e desiderio sono il soggetto di queste immagini dall’ambiguità calcolata, in cui sguardo maschile e femminile, presentazione e sottrazione, soggetto ed oggetto, corpo nudo e vestito, sono sempre indissociabilmente presenti (Marco Scotini)

14 febbraio - 20 aprile 2004