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Mainstream Dissent
Mainstream Dissent

performance, 2006

Mainstream Dissent
Armando Lulaj

a cura di Marco Scotini

Con la mostra Mainstream Dissent si inaugura, giovedì 27 aprile, presso la Galleria Artra di Milano la prima personale dell’artista albanese Armando Lulaj (classe 1980). Concepito per l’occasione, il progetto è pensato come il risultato di un’azione che avrà luogo il giorno di apertura dell’esposizione.

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Autore di territori a rischio e immagini del conflitto, Armando Lulaj è un’analista lucido e irriverente dei dispositivi e meccanismi di potere che si nascondono dietro le forme attuali del diritto internazionale.  “Una macchia di sangue rimane arancione dopo che l’hai lavata” recita un suo slogan stampato di recente su un manifesto. E, non a caso, il manifesto è la foto del leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, sulla sua sedia a rotelle prima che fosse rimasto vittima degli obiettivi statunitensi e israeliani. 
Fin dall’inizio della sua attività Lulaj si è reso noto per la messa in scena di “stati di turbolenza” come quando in Walking Free in Harmony (2001) cammina per i tetti di Firenze minacciando di schiantarsi sul lucernario posto sopra il David di Michelangelo o quando ha fatto irrompere vigili del fuoco e forze dell’ordine durante un’esposizione dopo aver provocato l’interruzione dell’energia elettrica. In seguito è intervenuto direttamente sui simboli del potere come in Playcracy (2002): serie di billboard in cui una mano fa il segno della vittoria contro l’azzurro del cielo dove le due dita sono listate di nero. Oppure in Living in Memory (2004): una stella comunista a cinque punte, alta dieci metri e fatta di rifiuti legno e metallo, si consuma nella notte bruciando sopra una collina di Tirana. O, ancora, nell’insegna al neon “Hijack and Kamikaze Former Center” fatta con i colori della bandiera italiana.    
Artista emergente, Armando Lulaj si è già imposto all’attenzione internazionale per aver partecipato a Praguebiennale 1 nella sezione “Beautiful Banners: Representation, Democracy, Participation” (2003) curata da Marco Scotini e all’ultima edizione della Biennale di Tirana nella sezione “Democracies” curata da Zdenka Badovinac e in “Temptations” curata da Edi Muka e Gezim Qendro. Nel 2003 a Tirana fonda, con un gruppo di artisti albanesi, il Debatikcenter of Contemporary Art che prende il nome da quello con cui venivano indicati i giovani comunisti e vuole essere un centro di azioni e dibattiti collegati agli ultimi sviluppi della società contemporanea.
A differenza della scena artistica albanese precedente in Lulaj non c’è nessuna volontà di rivendicare un contesto di appartenenza locale; piuttosto quello di sottolineare su scala globale il confine tra poteri economici differenti e disparità sociali. Temi come quello della xenofobia, rispetto ai processi di esclusione o integrazione, e la presentazione di una sorta di archivio mainstream del dissenso sono al centro di questa sua prima personale milanese.

Autore di territori a rischio e immagini del conflitto, Armando Lulaj è un’analista lucido e irriverente dei dispositivi e meccanismi di potere che si nascondono dietro le forme attuali del diritto internazionale.  “Una macchia di sangue rimane arancione dopo che l’hai lavata” recita un suo slogan stampato di recente su un manifesto. E, non a caso, il manifesto è la foto del leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, sulla sua sedia a rotelle prima che fosse rimasto vittima degli obiettivi statunitensi e israeliani. 

Fin dall’inizio della sua attività Lulaj si è reso noto per la messa in scena di “stati di turbolenza” come quando in Walking Free in Harmony (2001) cammina per i tetti di Firenze minacciando di schiantarsi sul lucernario posto sopra il David di Michelangelo o quando ha fatto irrompere vigili del fuoco e forze dell’ordine durante un’esposizione dopo aver provocato l’interruzione dell’energia elettrica. In seguito è intervenuto direttamente sui simboli del potere come in Playcracy (2002): serie di billboard in cui una mano fa il segno della vittoria contro l’azzurro del cielo dove le due dita sono listate di nero. Oppure in Living in Memory (2004): una stella comunista a cinque punte, alta dieci metri e fatta di rifiuti legno e metallo, si consuma nella notte bruciando sopra una collina di Tirana. O, ancora, nell’insegna al neon “Hijack and Kamikaze Former Center” fatta con i colori della bandiera italiana.    

Artista emergente, Armando Lulaj si è già imposto all’attenzione internazionale per aver partecipato a Praguebiennale 1 nella sezione “Beautiful Banners: Representation, Democracy, Participation” (2003) curata da Marco Scotini e all’ultima edizione della Biennale di Tirana nella sezione “Democracies” curata da Zdenka Badovinac e in “Temptations” curata da Edi Muka e Gezim Qendro. Nel 2003 a Tirana fonda, con un gruppo di artisti albanesi, il Debatikcenter of Contemporary Art che prende il nome da quello con cui venivano indicati i giovani comunisti e vuole essere un centro di azioni e dibattiti collegati agli ultimi sviluppi della società contemporanea.

A differenza della scena artistica albanese precedente in Lulaj non c’è nessuna volontà di rivendicare un contesto di appartenenza locale; piuttosto quello di sottolineare su scala globale il confine tra poteri economici differenti e disparità sociali. Temi come quello della xenofobia, rispetto ai processi di esclusione o integrazione, e la presentazione di una sorta di archivio mainstream del dissenso sono al centro di questa sua prima personale milanese.

 

27 aprile - 03 giugno 2006

Mainstream Dissent, performance view, 2006
Mainstream Dissent, performance view, 2006
Mainstream Dissent, performance view, 2006
Mainstream Dissent, exhibition view, 2006