”Ottobre”,
il titolo della mostra a cura di Marco Scotini e Andris Brinkmanis, non solo
intende ricordare volutamente il titolo del noto film di Sergei Ejzenstejn
quanto riattivare una domanda generale sulla nostra attuale capacità di
trasformazione collettiva e di emancipazione sociale.
Dopo il
fallimento delle utopie moderniste e dopo la crisi del presente neo-liberista e
globalizzato, la mostra cerca di mettere a fuoco la divergenza contemporanea
tra urgenza e apparente impossibiltà della trasformazione, attraverso la lente
dell’arte. ”Ottobre” è in sostanza una mostra sulla storia ma anche sulla
possibilità di una fuoriuscita da essa.
Segnalatosi per una estetica della violenza, oltraggiosa e stilizzata allo stesso tempo, Alejandro Vidal ha prodotto in questi anni serie fotografiche e video che ora figurano nelle più importanti rassegne internazionali. Scenari rave e techno, comunità emotive punk-rock, rituali di lotta e di autodifesa, tribù urbane con teste rasate e tatuaggi, costumi black metal e pose ambiguamente sessuali, sono il campionario visivo del suo lavoro. Una collezione di eroi alla deriva che sfidano in un faccia a faccia lo spettatore con bastoni da hockey in mano, guanti di cuoio, pistole in pugno, stiletti tra i denti.
Ma se uno credesse di cogliere in queste immagini frammenti di vita, realtà e documenti si sbaglierebbe. Ognuno non vi trova altro che segni. Stereotipi in luogo di personaggi concreti. Codici comportamentali piuttosto che azioni sovversive. Set artificiali al posto di inquadrature “vere”. Nient’altro che regole invece che la loro trasgressione. Tutto è attentamente studiato, ogni dettaglio è meticolosamente calcolato: pose, abbigliamento, accessori, ambienti, close-up e fuori-fuoco. Quello di Alejandro Vidal è una sorta di teatro nel teatro. Si manipola solo ciò che è già stato manipolato per svelare l’artificio e ricondurre l’immagine ai suoi limiti. Ma l’oggetto della sua ricerca non è il “simulacro” o, per dirlo con Paul Virilio, la derealizzazione mediatica dell’esperienza come tale.
La critica della rappresentazione di Alejandro Vidal non è quella rivolta alla mercificazione dell’informazione, semplicemente. Il fatto nuovo è che negli ultimi anni il terrore è diventato una merce semiotica. La quantità di immagini del terrore e della paura da cui siamo investiti, così come la definizione di una nuova estetica della violenza, a partire dal 9/11, mettono in scena ripetutamente un discorso dominante che è funzionale all’apparato militare-visuale, allo sviluppo cioè di un capitalismo della società della sicurezza – come quello attuale - fondato sull’economia dell’informazione. Lontano da un discorso sulla innocenza o colpevolezza iconografica, il “teatro” di Vidal persegue una progressiva squalificazione dell’immagine come tale.
Più che in altri suoi lavori, nel progetto presentato da Artra, le opere mettono in scena dei segni che chiaramente rivelano la loro natura astratta e convenzionale. Direttamente connessa alla contemporanea decadenza della democrazia moderna, la mostra Hell is a place where memory is dead si focalizza sul rapporto tra il collasso del sentimento di appartenenza nazionale (così come dei suoi linguaggi) e la rivendicazione del diritto di sovranità dello Stato. Una enorme bandiera italiana che sta stingendo accoglie lo spettatore nella prima sala mentre una serie di immagini fotografiche rimettono in scena un recente rituale di protesta latinoamericano del lavaggio popolare della bandiera. A conclusione la proiezione di un grande spettacolo pirotecnico che si scopre essere un vero e proprio bombardamento.C’è chi,
come Eric Hobsbawm, ha identificato il 900 come il secolo della Rivoluzione
d’Ottobre. La rivoluzione è stata senza dubbio il catalizzatore di tutte le
idee sulla trasformazione e sul sovvertimento dello stato delle cose. Dietro
questo parametro si è celebrata la relazione tra avanguardia artistica e
avanguardia politica come tratto fondamentale del modernismo. Ma oggi qual’è il
suo significato? Come salvare quanto è stato vivo in ciò che stato storicamente
sconfitto? Il progetto di emancipazione sociale è ormai un capitolo chiuso? É
ancora possibile pensare al progetto modernista come ad una domanda collettiva?
E, nel caso affermativo, di quale eredità può farsi carico un progetto sociale
completamente inedito?
C’è chi,
come Eric Hobsbawm, ha identificato il 900 come il secolo della Rivoluzione
d’Ottobre. La rivoluzione è stata senza dubbio il catalizzatore di tutte le
idee sulla trasformazione e sul sovvertimento dello stato delle cose. Dietro
questo parametro si è celebrata la relazione tra avanguardia artistica e
avanguardia politica come tratto fondamentale del modernismo. Ma oggi qual’è il
suo significato? Come salvare quanto è stato vivo in ciò che stato storicamente
sconfitto? Il progetto di emancipazione sociale è ormai un capitolo chiuso? É
ancora possibile pensare al progetto modernista come ad una domanda collettiva?
E, nel caso affermativo, di quale eredità può farsi carico un progetto sociale
completamente inedito?
Se da un
lato filosofi come Zizek, Badiou, Holloway hanno proposto tre prospettive
diverse a questi interrogativi recenti, dall’altro lato, nessuno più dei paesi
dell’area post socialista ha vissuto questo gap tra idee radicali di
emancipazione, loro fallimento reale e nuovi desideri collettivi. La mostra
intende prendere le mosse da questa condizione per riproporre, attraverso
un’ampia serie di riflessioni, la ricerca condotta all’interno della scena
artistica. Tanto le nouve strategie di carattere collettivo dei gruppi
artistici come Chto Delat?What is to be done?, Gediminas e Nomeda Urbonas,
quanto i gesti di una singolarità qualunque e multitudinaria di Martin Zet,
Jaan Toomik e Ion Grigorescu, pur nella apparente divergenza, condividono lo
stesso spazio.
Il
sottotitolo ”Uscita, memoria e desiderio” raccoglie alcune parole chiave che
indicano le aree tematiche della mostra. ”Uscita” come abbandono di una
rappresentazione tradizionale dell’idea del conflitto e dell’idea classica di
rivoluzione, ”memoria” come metodo per non disperdere e cancellare l’idea del
passato e ”desiderio” come ripetizione dei tentativi mancati della storia e delle sue possibilita perdute. Un’altra
parte della rassegna ”Filming Capital”, come ulteriore riferimento a
Ejzenstejn, ripropone tutta una serie di opere sul monumento teorico di Karl
Marx „Il capitale” (Zbynek Baladran, Armando Lulaj, Mona Vatamanu e Florin
Tudor etc), mentre l’ultima sezione è dedicata alla trasformazione della
condizione del lavoro.
Tra gli
artisti invitati: Zbynek Baladran (Czech Republic), Chto delat? (Russia), Redas Dirzys (Lithuania), Ion
Grigorescu (Romania), Igor Grubic (Croatia), Dmitry Gutov (Russia), Iosif
Kiraly (Romania), Neeme Kulm (Estonia), Marko Laimre (Estonia), Zilvinas
Landsbergas (Lithuania), Armando Lulaj (Albania), Gintaras Makarevicius
(Lithuania), Kiril Preobadzenskij
(Russia), Mladen Stilinovic (Croatia), Jaan Toomik (Estonia),Mona Vatamanu and
Florin Tudor (Romania), Nomeda & Gediminas Urbonas (Lithuania), Martin Zet
(Czech Republic) etc.